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Le rocce della fede

Situati in luoghi di difficile accesso ma di grande fascino, eredi di culti preistorici, gli eremi di Celestino V sulla Maiella sono un patrimonio naturale e artistico di grande valore. Al quale avvicinarsi con rispetto.

Ci vuole umiltà per accostarsi agli eremi di Celestino V sulla Maiella.
Bisogna piegare le ginocchia, strisciare, arrampicarsi, aggrapparsi a piante e arbusti. Cercarli con pazienza, senza fretta. Avere buone gambe e buon fiato.
Ma, soprattutto, una disposizione d’animo leggera. Umile e forte la Maiella.
 Terra di grandi spazi e grandi solitudini. Terra di pastori e di eremiti che ignora la consolazione del vicino mare e vive solo per se stessa.

Una storia di pietra, di lunghi silenzi, di povertà e privazioni ma anche di infinita ricchezza interiore e forza morale. Nell'Abruzzo “taciturno e dalle spalle quadre” di Silone, questo massiccio calcareo si erge in tutta la sua possanza, fatta di cime che superano i 2000 metri, aspri dirupi, selve di faggi e frassini.

Non concede nulla la Maiella, né agli uomini né agli animali. Solo i forti resistono, insieme alle aquile, ai lupi, agli orsi e alle querce. Avara di risorse, non di bellezza, la montagna madre degli abruzzesi ha spesso costretto i suoi figli a una vita amara e difficile.
 Li ha umiliati, obbligandoli a strapparle faticosamente pane e lavoro.
Li ha esiliati, costringendoli a emigrare. Ma li ha anche consolati, riscaldando le proprie viscere con il calore della fede.

Qui, dove il paesaggio non accetta di essere relegato al ruolo di sfondo, ma acquista significato e autonomia, incidendo sui costumi, il temperamento e la strut­tura morale e sociale delle proprie genti, anche la fede è scritta nella pietra. La pietra delle innumerevoli grotte e caverne che fiaccano la resistenza delle cime e ne logorano i fianchi. La pietra che ha accolto indistintamente eremiti e briganti, santi e pastori, partigiani e profughi.

I condizionamenti e i limiti naturali che hanno aperto questi grandi vuoti della roccia e dell’anima si sono trasformati in punti di forza, dando origine a una cultura rupestre che, con i suoi quasi cinquanta eremi, trova un parallelo solo nelle meteore greche. Sostituendosi agli antichi santuari protostorici che vedevano nelle grotte i simboli del processo di morte e rinascita, cenobi e romitori hanno riempito la solitudine della Maiella di una fede temprata dalle privazioni e dalla sofferenza, ingigantita dall’assenza di sollecitazioni e vivificata dal rapporto con la natura.

Freddo, digiuni, pelli di pecora. Pietra come giaciglio, pietra come tavolo, pietra come altare: questa anche la scelta di fra Pietro Angeleri, colui che la storia tirò per i capelli nel ruolo di papa Celestino V. Uomo di grande statura morale, il santo di origini molisane si ri­tirò nel 1241 in una grotta sul monte Morrone, vicino a Sulmo­na, guadagnando si la devozione di un nu­mero sempre crescen­te di fedeli e di un pic­colo gruppo di disce­poli, primo nucleo dei Fratelli di Santo Spirito. In cerca di solitudine e silenzio, il frate si trasferì allora sulla vicina Maiella, definita dal Petrarca Domus Christi per la presenza di schiere di anacoreti. Qui l’eremita si fece anche muratore, adoperandosi per il recupero di cappelle e romitori caduti in abban­dono dal VI secolo, a seguito dell’invasione longobarda. Un lavoro lungo e faticoso che lo portò a peregrinare da una grotta all'altra, continuando a sfuggire l’affetto soffocante della gente e la fama di taumaturgo.

Prima diede vita al romitorio di S. Giovanni, semplice piattaforma di pietra sospesa su una gola dell’Orfento, nel versante occidentale della Maiella, poi si spostò nella vallata contigua, riedificando il complesso di S. Spirito. Ma, nonostante la lontananza dai più vicini centri abitati, Roccamorice e Caramanico Terme, i visitatori continuavano a tallonarlo, non lasciandosi scoraggiare nemmeno in inverno, quando per cinque mesi le nevi li costringevano a legarsi sotto i piedi cerchi in legno per poter raggiungere il santuario che Petrarca, nel De vita solitaria, definisce come uno dei luoghi più adatti all’ascesi spirituale. Pietro non era fatto per la folla, non aveva l’anima incandescente dei mistici né la loro ebbrezza per la rinuncia. Era l’espressione della fede severa e solida degli abruzzesi, come emerge nella sua statua conservata a S. Spirito dove, in modo ingenuo ma efficace, mostra lo stesso viso asciutto dei pastori e dei contadini della Maiella.

Il frate scese quindi nel vallone di S. Spirito, fino ai resti dell'eremo di S. Bartolomeo, dedicato al protettore dei macellai e incastrato in un costone roccioso, e si rimboccò ancora una volta le maniche. Nuovi lavori, nuove preghiere, nuovi sacrifici. E il miracolo dell’acqua, scaturita da un catenaccio buttato a terra: aspersa sulle viti contro la peronospora e rimedio a tutti i mali, compresa l’epidemia di spagnola. Poi il ritorno al Morrone, dove dovette fare i conti con il proprio destino e con i legati del conclave che nel 1294 gli annuncia­rono l'elezione al soglio pontificio. Troppo forte però il passo dalla nuda pietra alla Cattedra di Pietro. Colui che la storia bolla come vile, fu in realtà coerente con se stesso. Dopo pochi mesi ebbe il coraggio di voltare le spalle a un mondo che non gli apparteneva. Il vecchio frate tornò alle sue vette, dalle quali era però destinato a morire lontano, sul monte Fumone. Prigioniero di Bonifacio VIII, condannato a quella solitudine che aveva cercato tutta la vita. Relegato su una cima, dove è più forte la nostalgia dei cieli, gettato nella disperazione di una cupa fortezza. Ma finalmente libero. Perché, prigioni o grotte, sono sempre gli abissi dell’anima o del corpo che invocano l’azzurro dove passa il soffio di Dio.

Testo di Isabella Brega
Qui Touring aprile 2007